La seconda vita dei bunker albanesi

Marrë nga e përditshmja italiane "La Repubblica" - versioni online i datës 20 Tetor 2017

FOTOGALLERIA Il paese è letteralmente cosparso di vecchie strutture difensive eredità della Guerra Fredda in cerca ora di una nuova ragione d’esistere

di Alex Crevar – fotografie di Robert Hackman

 

Il numero esatto di bunker militari sparpagliati per l’Albania è oggetto di discussione. La risposta può variare da 175 a 750 mila avamposti di acciaio e cemento interrati a protezione del paese. 

La mancanza di un dato certo è cripticamente sinistra: queste casupole a forma di fungo furono costruite negli anni ’70 e ’80, durante la Guerra Fredda e la sua ossessione per la segretezza, da un regime incline alla paranoia. Oggi, a 30 anni di distanza dalla caduta del dittatore Enver Hoxha, rimasto al potere dal 1944 al 1985, la gente avverte gli onnipresenti bunker come dolorosi ricordi di un passato difficile, ma fatto di certezze.

Malgrado ciò gli albanesi, pieni di risorse per natura, stanno riscrivendo il copione dando a questi luoghi nuove vite sotto forma di ristoranti, bar, caffè e musei.

Viste dall’alto, queste torrette fortificate sembrano parte di un testo scritto in caratteri braille lungo il paesaggio. Le strutture si nascondono nelle vallate, sbocciano sui fianchi delle montagne e lungo la costa, dove vengono spazzate dalle onde dell’Adriatico.

Il loro aspetto può avere forme molto diverse. Una ventina aveva funzioni di centri di comando con dei labirinti di stanze. Molti servivano come semplici posti di guardia in grado di ospitare uno o due soldati. Ufficialmente dovevano servire a tenere sott’occhio qualsiasi nuova forma di minaccia esterna, nella realtà la loro ragione d’essere era quella di consolidare un senso di paura nazionale collettiva.

“L’ampio numero di bunker mostra quanto militarizzata e paranoica fosse diventata l’Albania durante il regime di Hoxha”, dice Vjeran Pavlakovic, professore di studi culturali presso l’università croata di Rijeka. Pavlakovic si sofferma sulla memoria collettiva dei Balcani. “Anziché investire nella scuola e nello sviluppo economico, il regime investiva risorse per isolarsi. L’Albania post-comunista si è dimostrata comunque pronta ad intraprendere interventi audaci per relazionarsi con la sua eredità architettonica, conservarne il patrimonio e usare in maniera innovativa delle risorse altrimenti inutilizzabili”.
Esempi di queste soluzioni innovative possono essere trovati lungo tutto il paese. Ci sono un centro per tatuaggi a Shkodër, un locale per hamburger a Kavajë e un hotel da 20 stanze sulla costa a Golem. A Tirana, la capitale, due musei hanno fatto da modello per il concetto di riconversione. Bunk’Art, il bunker atomico di Hoxha, ha ospitato 70 mila visitatori nei primi due mesi di apertura nel 2014. Lo spazio espositivo, che comprende la stanza di Hoxha, apre uno sguardo sulla vita quotidiana degli albanesi durante gli anni del regime. A circa 20 minuti di auto, nel centro della città, nel 2016 è stato aperto Bunk’Art 2, le cui 24 stanze fungevano da rifugio atomico per il ministero degli Interni.

“Bunk’Art 1 e Bunk’Art sono luoghi della memoria dove sia gli albanesi che i turisti possono frugare tra i segreti del regime e rivivere il passato di un popolo sofferente”, dice il curatore Carlo Bollino. “Trasformarlo in un’attrazione turistica è anche una maniera per compensare il Paese per i costi politici e umani pagati per la costruzione dei bunker”.